Racconti ad orologeria

Discussioni

Rubio mi guarda, e non riesco a capire se il suo sguardo sia perplesso per quanto sto dicendo o se semplicemente sia il fumo che ha riempito la stanza a dargli fastidio. Mi sforzo di rendere i concetti semplici, anche se non sono molto bravo, o solo poco propenso ad impegnarmi.

Bologna, le dieci di sera circa. Fuori è una serata calda; la primavera è decisamente arrivata, travestita da estate o quasi.

Le mie parole continuano a correre, e Rubio continua ad ascoltarmi accumulando obiezioni per il momento taciute; ho la sua attenzione però, e questa mi sembra una vittoria, un passo importante nella vita del dialogo.

Lo so che fra poco arriverà il suo turno di parlare, e cerco di spianarmi la strada con argomentazioni solide, che non possano essere smontate ma solo osservate con curiosità od ostinazione da tanti punti di vista.

Lascio correre le parole... cerco una sigaretta.

Il mostro di vetro e cemento

Il mostro di vetro e cemento sta chiudendo gli occhi lentamente per addormentarsi alle prime luci del tramonto.

Sono le 19.30, fa scuro e fa caldo. Vigliaccamente fuggo. Ho fatto la mia parte, oggi, e decido di essermi meritato la strada, la fuga, il lasciapassare per la vita reale.

La testa pesa sulle spalle; gli occhi si adattano al buio mentre le mani stringono sempre più salde il volante. Il piede pesta sul pedale dell'accelleratore in modo digitale... sono a fondo corsa.

Sparato come un folle proiettile domino la strada e fuggo... lontano dal mostro di vetro e cemento... e dalla sua digestione.

Itaca

Ore 21.12. Sono fermo in un caldo quasi mistico, in un punto non meglio precisato della E45 direzione Cesena. La piazzola di sosta che ospita me e la mia Punto rossa sembra un piccolo porto rigoglioso di rifiuti.

Spero che dieci minuti siano sufficienti a far chetare la spia dell'iniezione che ha iniziato a splendere dal cruscotto come il secondo sole di questo tramonto. Indosso il mio giubbotto giallo catarinfrangente, e guardo i camion e le auto passarmi accanto. Li sento. L'aria che spostano durante il moto sembra sbeffeggiarmi, scuotendomi fastidiosa.

Sono ad un numero imprecisato di kilometri da casa, comunque alto, e guardo la E45 che diventa piano piano il regno delle tenebre. I fari delle auto sembrano gli occhi di fiere che dominano lo spazio desolato.

Sono preoccupato, e peggio ancora... stanco. Splenderà la mia stella polare in questa notte?

Com'è lontana Itaca...

La dea delle scadenze

Sono le 16:30. Bologna, il solito grigio pomeriggio autunnale.

Mi sono rinchiuso in un ufficio non mio, per cercare un po di calma e tranquillità. La Dea delle scadenze esige l'ennesimo tributo in tempo, e non posso esimermi... Tic, tic, tic le dita battono svelte sui tasti del portatile, e i caratteri si rincorrono sulla pagina bianca del word processor a formare parole, pensieri, concetti.

Dietro la porta blu alle mie spalle dilaga il solito delirio. Stivali disturbano gli acari acquattati fra la moquette, la stampante vomita ciò che un tempo era un'ansa del Rio delle Amazzoni, un cellulare in lontananza mi ricorda quanto si possa storpiare Beethoven.

Tic, tic, tic... le dita corrono veloci, molto veloci, più del pensiero, e le lettere si allontanano l'una dalle altre sfilacciandosi. Pensieri incompiuti, mentre il pomeriggio volge veloce al termine.

Guardo le lancette dell'orologio che corrono come scimitarre impazzite inseguendo i secondi; mi rilasso nella poltrona e penso che La Dea delle scadenze oggi non potrà gioire, e tanto non mi dispiace... saprà rifarsi.

La fame onnipotente

Sono sprofondato nel mio letto... boccheggio al termine di una giornata lavorativa fatta di riunioni, di traffico natalizio e del freddo umido che solo la pianura padana riesce a regalarti. Bologna, le 18:50... aspetto la cena.

La voce di mia madre che mi chiama è un suono lontano che mi guida verso uno splendido piatto caldo di tortellini in brodo. Il mio cervello è altrettanto liquido, a fatica guida i miei passi attraverso la penombra del corridoio. Sono sospinto da una fame atavica.

Apprezzo la luce giallastra del salone; non offende i miei sensi. Mi basta mettere a fuoco la tavola apparecchiata per rendermi conto che il piatto caldo così invitante non è altro che un miraggio beffardo... un letto di insalata in cui germogli di soia flirtano lascivi con chicchi di mais, su divani di salmone affumicato, è la dura, dietetica realtà.

Mi siedo lentamente, mi riempio il bicchiere d'acqua... affondo la forchetta in questa carnale orgia vegetale. La fame onnipotente...

Lo spettacolo della notte

Bologna, le 23.30. La notte è fredda, umida, con buona pace del marzo alle porte.

Dopo una giornata lunga e dura, piena di cose, commissioni, telefonate e di troppo poco relax, appoggio i gomiti al davanzale e mi godo immobile lo spettacolo della notte. Guardo le ombre appena accennate fra il verde del giardino, ascolto il silenzio e respiro l'aria umida e rigenerante, socchiudendo gli occhi per prepararmi al sonno che verrà, fra pochi minuti.

Ancora un attimo, per guardare le foglie lucide che giocano a nascondino con il buio, scovate dalla luce artificiale dei lampioni.

Martedì

E' un pomeriggio autunnale caldo, o estivo nuvoloso, a seconda dell'umore.

Sono le 16 passate da un po', e l'effetto dell'ultimo caffè lentamente scema. La frenesia si fa sentire più forte, così come la mia stanchezza.

E' soltanto martedì.

Intorno a me il mondo sembra pressato sotto una massa di stress superiore al solito; persino i miei gingilli elettronici cominciano a reagire male.

Le parole pronunciate a voce alta dai mie colleghi nei corridoi o negli spazi intorno al mio ufficio denotano tensione e fretta, mentre i bip che partono ritmici dai miei sistemi di monitoraggio presagiscono problemi.

Simone mi guarda con quel suo sorriso innocente sulle labbra e mi chiede soddisfatto: "Vuoi un dorito?"

Cullo la patatina al mais fra lingua e palato come fosse un'ostia pagana.

Libera nos a malo.

E' già martedì.

Momento di riposo

Roma, sono le 14 passate da poco. Sono in bagno e muovo lentamente la schiena per sciogliere la tensione dei muscoli reduci da due ore di guida.

La faccia che lo specchio di fronte a me rimanda tradisce qualche ombra di stanchezza, incastonata in lineamenti rilassati da un capodanno passato fuori città, a godere del freddo della montagna e della quiete che solo a certe altitudini si riesce a trovare.

Oggi è un giorno dai contorni definiti; sole e cielo limpido, e un vento freddo ma non fastidioso che toglie dalla mente tutti i pensieri superflui, le tensioni e le apprensioni che piano piano fanno capolino mentre queste inaspettate ferie natalizie volgono al termine. Mi godo dieci minuti di immobilità assoluta avvolto nel profumo fresco e pulito del bagno, nella luce pura delle sue piastrelle.

Una piccola sosta nell'irreale di questo giardino di quiete. Dalla cucina si diffonde un piacevole profumo di lenticchie e cotechino. La realtà lentamente riprende il sopravvento.

Parte della quiete

Sono le 13.10, si sta lentamente fermando tutto. Il richiamo dei bisogni primari diventa molto forte in certi momenti della giornata.

Bologna, l'open space che occupo assume un aspetto quasi poetico svuotato dalla frenesia della mattinata. Il sole che filtra dalle tapparelle abbassate mi fa desiderare di essere altrove in questa giornata pre primaverile da 24 gradi sulla colonnina di mercurio.

Un'ultima telefonata, solo un'ultima telefonata e diventerò anch'io parte della quiete.

Lo giuro.

Sessanta secondi

A Nicolas Cage bastavano sessanta secondi per rubare un'auto; io ne ho ha disposizione circa seicento per finire di preparami e lanciarmi a corpo morto nel tiepido di questa serata estiva.

Sono le otto e a Bologna fa caldo. Il richiamo di una serata in cui scaricare il resto delle tossine che la doccia non è riuscita ad intaccare è irresistibile.

Ho impiegato centoventi secondi per liberarmi dell'accappatoio, darmi un'asciugata sommaria e recuperare gli elementi base del mio abbigliamento. Mutande e calzini. I pantaloncini sono a portata di mano, la maglietta... no! Il tempo scorre implacabile mentre rovisto frenetico fra i cassetti, impallidendo davanti all'ennesima conferma che la mia pianificazione personale è pessima.

Duecentoquaranta, trecentosessanta... il cellulare squilla e lo ignoro; la suoneria stile Bach sembra irridermi. Il cronometro passa cinquecento; mi arrendo all'ennesimo ritardo della mia vita...

Mi dichiaro colpevole, Vostro Onore.

Sublimazione

17.35, il sole arrostisce Bologna. Fuori ci saranno più di trenta gradi.

Il pomeriggio è limpido, tanto che la luce acceca anche attraverso le fessure della tapparella che dovrebbe proteggermi dal caldo.

Mi sento insofferente, cerco di rimanere immobile sulla poltrona marrone in finta pelle. E' coperta di teli da mare. Guardo distratto le pale del ventilatore portatile che inarrestabile combatte la sua battaglia contro l'aria ferma della camera, mentre lo stereo diffonde le note del sassofono di Jan Garbarek che racconta di mondi visibili.

Afferro la bottiglia di plastica e bevo un'ampia sorsata di acqua fresca, poi la ripongo accanto alle altre due vuote. Mi perdo nelle note... il pomeriggio è ancora lungo, il tramonto sembra un'utopia.

Telefonare

Sono le 20. Il sole colora lentamente di rosso Bologna al termine di una bellissima giornata primaverile, calda e serena.

Sono le 20 precise, e mentre guardo il cielo che si tinge di sfumature sempre più scure e calde, afferro la cornetta e compongo a due mani sulla tastiera del telefono.

Mi capita raramente di desiderare una conversazione telefonica, quindi cavalco senza indugi l'onda emozionale. Uno, due, tre squilli... la domanda di rito prende forma nel mio orecchio. Mi identifico. Il mio nome sembra la chiave magica che apre il portone dietro il quale una muta di parole aspetta solo di sentirsi libera.

Verbi, aggettivi, sostantivi mi assalgono inarrestabili; vivo telefonicamente il riassunto di due mesi di vita, e mi lascio trasportare dall'euforia del mio interlocutore, godendomi un tramonto primaverile sempre più possente nelle sue tonalità cremisi.