Una birra con John Coltrane

"Quello che chiedi non appartiene a questo dominio".

Era cominciata così la conversazione in una serata che mi immaginavo piacevole, se non altro per il gradevole sorriso della mia interlocutrice. Luci soffuse e tavoli in legno massiccio e scuro; John Coltrane che allietava le orecchie senza invadere l'ambiente.

"Tu mi fai domande... hai bisogno di risposte che ti aiutino a giudicarmi. Ti guardo negli occhi e non trovo nulla, se non una richiesta di parole che per me non hanno nessun valore e non sono disposta a darti".

Forse non aveva tutti i torti. Una banale domanda aveva scatenato tutto questo. Forse aveva aperto la porta di quel gradevole sorriso per farmi vedere un mondo intero di sentimenti che, tutto sommato, mi davano i brividi. E non certo di piacere.

Ricominciò a parlare, un fiume ininterrotto di parole che non era disposta a darmi ma che evidentemente non aveva più la forza di lasciare a marcire dentro la bocca. Guadavo la mia birra e lentamente si faceva strada il pensiero che, tutto sommato, John Coltrane fosse un compagno di bevute molto più attraente della mia un-tempo-sorridente amica.

Smisi di ascoltarla. Le sue parole in fondo non erano per me ma per una immaginaria folla silenziosa. Nella mia mente stava prendendo forma un dialogo impossibile con John Coltrane.

D'improvviso ammutolì e mi guardò. "Allora?" chiese con un filo di rabbia mal repressa. "Addio", risposi. Nei miei occhi c'era la noia di una serata sepolta sotto una coltre di cenere. Non dissi altro.

Si alzò in silenzio, pagò il conto di entrambi e se ne andò dal locale. Brindai alla salute di John Coltrane.