Conoscevo Maxim dai tempi del liceo; io ero un bizzarro adolescente che cercava di capire quello che aveva dentro, mentre lui era un altrettanto bizzarro adolescente lanciato con una terrificante sicurezza verso l'autodistruzione. Sembrava cullare la fine ad ogni sorso di whisky - ed in una giornata vi garantisco che erano parecchi - mentre snocciolava filosofia, nichilismo e decadenza.
I tempi del liceo erano stati grandi. Le nostre conversazioni erano state grandi, anche se non era mai riuscito a trascinarmi lungo quella china senza ritorno che abbracciava con tanta enfasi, e con altrettanto desiderio.
Era strano rivederlo dopo vent'anni, steso su una lettiga in un corridoio asettico e triste di un ospedale. Mentre mi incamminavo verso la porta a vetri scorrevole me lo trovai quasi di fianco, così, all'improvviso. Era pallido, dimagrito, terminale. E aveva la stessa espressione di un tempo... come se nulla fosse realmente cambiato.
"Hey", mi disse con un filo di voce ed un sorriso un po' tirato. "Cosa ci fai in questo posto?".
"Esami di routine, pare sia andato tutto bene" risposi cercando di mantenere un tono neutro, ed allo stesso tempo cercando di nascondere la sorpresa mista ad un senso di inadeguatezza.
"Pensi che scegliersi la propria morte sia un privilegio?"
"Penso lo sia di più scegliersi la propria vita" dissi abbozzando un sorriso.
Maxim ricambiò chiudendo gli occhi. Forse la flebo che aveva al braccio cominciava a fare effetto, o forse davvero non c'era altro da aggiungere.
Attraversai la porta a vetri senza voltarmi indietro.