La dea delle scadenze
Sono le 16:30. Bologna, il solito grigio pomeriggio autunnale.
Mi sono rinchiuso in un ufficio non mio, per cercare un po di calma e tranquillità. La Dea delle scadenze esige l'ennesimo tributo in tempo, e non posso esimermi... Tic, tic, tic le dita battono svelte sui tasti del portatile, e i caratteri si rincorrono sulla pagina bianca del word processor a formare parole, pensieri, concetti.
Dietro la porta blu alle mie spalle dilaga il solito delirio. Stivali disturbano gli acari acquattati fra la moquette, la stampante vomita ciò che un tempo era un'ansa del Rio delle Amazzoni, un cellulare in lontananza mi ricorda quanto si possa storpiare Beethoven.
Tic, tic, tic... le dita corrono veloci, molto veloci, più del pensiero, e le lettere si allontanano l'una dalle altre sfilacciandosi. Pensieri incompiuti, mentre il pomeriggio volge veloce al termine.
Guardo le lancette dell'orologio che corrono come scimitarre impazzite inseguendo i secondi; mi rilasso nella poltrona e penso che La Dea delle scadenze oggi non potrà gioire, e tanto non mi dispiace... saprà rifarsi.